Arte, unicità, bellezza

Usate il tempo contemplando le bellezze della Natura distese davanti a voi sulla terra e nel cielo, godete dei grandi campi coltivati, della brezza fresca che diffonde contentezza e gioia, dello spettacolo delle nubi colorate, della musica degli uccelli, …
cantate la Gloria di Dio mentre camminate nella Natura, lungo i bordi dei campi e le rive dei canali.
Baba

Mi piace, per iniziare, riscontrare l’incoerenza nel registro espressivo, ben preferibile alla noia e rivendicare un’anima plurima, anzi due: rigore e forza, geometrie primitive e, attinti da chissà quali memorie, reconditi rimandi alla classicità e al mondo etrusco nei primi lavori di Bernardo, mescolanza nei lavori di mezzo, con semplicità ed equilibrio assurti a criteri guida e poi gusto per le forme organiche e per le complesse geometrie della natura, interpretazioni più colte e chiari riferimenti spirituali.

Mi piace anche questo qual profumo di a-temporalità, cioè l’assenza di innovazioni roboanti ma fini a se stesse, gracile frutto di vacue e schizofreniche ricerche del nuovo per il nuovo.

Vedo invece, con soddisfazione, una linea salda di ricerca del valore di unicità o, meglio, di massimità.

Per motivare, ho necessità, in premessa, di precisare l’oggetto della nostra attività. In passato si parlava di arti minori, applicate, decorative o di artigianato artistico, ma le correnti artistiche affermatesi sin dall’inizio del secolo scorso hanno provocato lo sgretolarsi dell’ ’unico principio ’ (arti belle) e innescato un processo che arriva ai giorni nostri: l’arte, non più monolitica, contempla un ampio orizzonte in cui sono presenti, in modo autonomo o interrelato, le tradizionali arti plastiche e figurative, la fotografia, il cinema, la musica, la danza, il design e molto altro ancora.

Se un’opera di Andy Warhol – la cui idea più geniale è stata portare il supermercato nelle gallerie d’arte , supportando la creazione del mito, dell’etica e dell’estetica del Consumo – ‘200 one dollar bills’, una tela con una fotocopia serigrafica di duecento banconote da un dollaro, insomma il nulla, a cui viene artisticamente aggiunto un altro nulla, viene pagata 43,7 milioni di dollari e definita ‘capolavoro assoluto’, ciò determina una totale liberazione dal concetto classico di arte, facendo giustizia delle differenze tra arti maggiori e arti minori . Oggi è opinione condivisa che il rapporto di sudditanza è superato e si deve, senza complessi d’inferiorità, parlare di arte. Si deve cioè assumere per arte l’ampio contesto che integra in sé le più diverse specializzazioni artistiche, tra cui, a pieno titolo, rientra la piccola impresa dell’arte.

Precisato che, senza pudore, parlerò di arte, trovo che la contrapposizione fra classico e modern0, divenuto luogo comune, sia profondamente errata: in realtà essi sono modi d’essere archetipici, l’uno tendente al Concreto, l’altro all’Astratto, che devono convivere insieme in rapporto paritario, sono irriducibili e complementari.

L’Arte deve tendere alla ricerca del Massimo più che del nuovo, il nuovo essendo già incluso come parte della massimità, che in sé è atemporale perché comprende tutto: ciò che è eterno, senza tempo, non può essere “originale”, può solo “esprimersi”: olistica negli stili, quindi, tale che permetta al creare umano di esprimere una realtà totale, immutabile, sincronica, che non può “cambiare” ma solo arricchirsi, perché tende già a raffigurare tutto l’esprimibile e l’inesprimibile, al di là di qualsiasi limite culturale e temporale.

Questo chiude il cerchio storico dell’Originalità, e apre un nuovo ciclo, quello dell’Unicità: esso supera e include quello di Originalità. L’Unicità è infatti prerogativa innata di ognuno, donata a ognuno interiormente dall’Arte dell’Amore cosmico.

Non tanto il Nuovo va cercato come fine, quanto il Massimo, perché include il Nuovo: ognuno arricchisce il Massimo con il contributo del proprio stile libero.

Ma è’ possibile sbriciolare il dogma del nuovo anche partendo da una prospettiva diversa, storico-materialista.

L’avvento della rivoluzione industriale e del sistema capitalistico ha come postulato cardine la crescita: un sistema fondato sulla crescita della produzione e del conseguente consumo di merci ha bisogno di valorizzare il nuovo in quanto tale, ovvero di far diventare il nuovo sempre più rapidamente vecchio. Nella diffusione del valore del nuovo, un ruolo decisivo è stato svolto dalle correnti artistiche del Novecento: è stato riconosciuto il diritto di chiamarsi arte moderna o contemporanea solo a quelle opere che contribuiscono al processo di modernizzazione, proponendosi programmaticamente di essere innovative rispetto alle opere fatte prima. Un atteggiamento anticonformista e sovversivo, che sin dall’inizio ha trovato il sostegno dei settori industriali, finanziari e politici, interessati ad accelerare i processi di modernizzazione e industrializzazione avviati in quegli anni, a sostituire nell’immaginario collettivo il valore della conservazione e dell’attaccamento al passato col valore del cambiamento e della proiezione verso il futuro.

Gli artisti d’avanguardia hanno contribuito in maniera determinante a fornire dignità culturale al sistema di valori di cui il sistema economico e produttivo aveva bisogno per affermarsi, il sistema economico e produttivo ha favorito l’affermazione delle avanguardie artistiche mettendo a loro disposizione gli strumenti del suo potere: gallerie, musei, università, istituzioni culturali, committenti, collezionisti, critici, giornali. La persistenza dei valori della civiltà contadina, il rispetto delle regole tramandate dai padri, la sobrietà, la conservazione, la continuità dei modelli di comportamento tra le generazioni, la durata nel tempo degli oggetti, non erano compatibili con la crescita della produzione e del consumo di merci. Dovevano essere ridicolizzati e percepiti come anacronistici. Ne è risultato un capovolgimento di senso delle parole e dei concetti che esprimono. La trasgressione delle regole è diventata la regola a cui uniformarsi. L’anticonformismo si è trasformato nel più rigido conformismo. La ricerca del nuovo è diventata l’elemento che ha uniformato tutte le correnti artistiche in tutti i settori espressivi. Quando il fare umano non era finalizzato a fare sempre di più, ma a fare bene per aggiungere bellezza alla bellezza originaria del mondo, il saper fare nell’arte era finalizzato a preservare la bellezza dalla sua intrinseca caducità. Quando il fare è stato finalizzato a fare sempre di più ha cominciato a distruggere sistematicamente la bellezza. Sia la bellezza originaria del mondo, sia la bellezza aggiunta dal fare bene.

Nei consigli d’amministrazione dei musei d’arte moderna e contemporanea siedono i più autorevoli rappresentanti del potere politico, economico e finanziario: l’arte moderna e contemporanea è in realtà un’arte di regime. L’arte di regime nell’epoca storica connotata dalla finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci.

Non si può non percepire la sintonia tra le innovazioni introdotte sul territorio dal fare finalizzato a fare sempre di più e le opere realizzate con lo scopo di essere innovative: la distruzione della bellezza.

Il nuovo in sé è, dunque, un disvalore che ha arrecato enormi danni alla bellezza, che sono sotto gli occhi di tutti.

Ma cos’è la bellezza ?

Il tema mi porterebbe lontano e in lidi probabilmente sconosciuti. Mi attengo ad una asciutta definizione: la qualità capace di appagare l’animo attraverso i sensi, divenendo oggetto di meritata e degna contemplazione.

Nell’epoca contemporanea, l’idea più diffusa è che la bellezza sia segnata da una radicale impossibilità conoscitiva, da una impossibilità reale o oggettiva. Viene dunque negata come valore, quando non distrutta, come detto.

In realtà La bellezza viene percepita in un’esperienza di dialogo e di corrispondenza tra l’io e la realtà, tra l’interno e l’esterno. Nell’invito che la bellezza rivolge al nostro io, l’io è letteralmente “mosso” ad essere se stesso. Esso esisteva, certo, ma ora, ascoltando quell’invito e chiedendo il “perché” di quella voce, il nostro io è “preso” o “afferrato” dalla realtà: e così esso può emergere, può venir fuori nella sua piena soggettività. Per Agostino la bellezza delle cose non si identifica con il mero aspetto estetico, ma con l’ordine, l’armonia e la ragione profonda per cui esse esistono. La bellezza denota così la scoperta dell’invisibile attraverso il visibile, ma non come un’aggiunta o un mero “al di là” rispetto a quello che vediamo sensibilmente, bensì come la condizione stessa della possibilità del visibile..
Negando il valore della bellezza, l’arte ha smarrito la sua funzione: è’ come se l’arte avesse in qualche modo “perso l’anima”. In effetti molti artisti hanno perso di vista la missione, la funzione storica e sociale dell’Arte: essere ponte privilegiato tra Cielo e Terra e fra Terra e Cielo. Quella antica e preziosa attività umana che è capace di mettersi in contatto con i mondi dello Spirito. Che sa come compenetrarne le forme materiali in un modo così speciale da far vibrare verso l’alto quanto di buono, vero e bello esiste nell’anima della gente. Di tutti coloro che fruiscono di un’opera d’arte.

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