LA MAGIA DEL FARE MANUALMENTE

l’azione purifica la mente e la predispone alla conoscenza spirituale. Baba

Il sistema economico fondato sulla crescita della produzione e del consumo di merci ha bisogno di individui che non sappiano fare niente. Deve fare in modo che si perdano le conoscenze che hanno consentito per millenni agli esseri umani di autoprodurre molti beni essenziali alla loro sopravvivenza. Affinché questa perdita non sia percepita come un impoverimento culturale occorre che il saper fare sia disinserito dall’ambito del sapere e considerato una forma inferiore dell’agire umano. Un ruolo fondamentale in questa operazione è stato svolto dalla scuola, dove le attività manuali sono state progressivamente cancellate dai programmi di studio . L’arte moderna, dal canto suo,  ha considerato come ostacoli al libero fluire della creatività l’apprendistato del mestiere, la conoscenza delle tecniche e dei materiali, il perfezionamento delle abilità manuali sotto la guida di un maestro. La modernità si è tesa a contrapporre ciò che viene fatto a macchina al “fatto a mano”, esaltando il primo e la standardizzazione, disprezzando invece ogni irregolarità o scostamento che potesse rivelare l’intervento manuale su un prodotto. All’artigianato è stata data una visione malinconica, un’immagine romantica,  anomalo superstite  di un’epoca lontana e definitivamente conclusa.
Ora ci si accorge  che “I  ragazzi si annoiano al lavoro. Un tempo il falegname riceveva assi grezze dalla segheria in mezzo al bosco, e dopo averle lasciate stagionare a lungo, a seconda degli ordini, da questo tesoro  traeva sgabelli, tavole  o porte, a seconda degli ordini. Trent’anni più tardi, riceve da una fabbrica  finestre già pronte che installa in grandi complessi dalle aperture formattate. Si annoia” (Michel Serres da “Non è un mondo per vecchi”).  E che il lavoro artigiano è l’unico antidoto all’alienazione prodotta dalla ripetitività della macchina e dalla parcellizzazione  della produzione industriale che, suddividendo i compiti per abbassare i costi, priva gli operatori della gioia di seguire la realizzazione di un manufatto dal concepimento sino al completamento. E viene giustamente  riabilitata ‘L’arte di  saper  fare e il saper fare con arte’,   il saper  fare bene le cose per il proprio piacere, la passione e la cura per quel che si fa, il dialogo tra le pratiche concrete e il pensiero;  all’artigiano sta a cuore il lavoro ben fatto per se stesso ,quanto più una persona attinge alle tecniche tanto più otterrà la ricompensa emotiva dell’uomo artigiano: l’orgoglio per il proprio lavoro. (RICHARD SENNET  ‘l’uomo artigiano’).
E poi un filosofo americano teorizza che il lavoro manuale è la “medicina dell’anima”: l’Homo Faber del terzo millennio è libero dall’alienazione della classe operaia, il suo ideale è un moderno artigianato, che padroneggia tutte le fasi della costruzione di un oggetto e che riabilita  il concetto di lavoro ben svolto per il semplice piacere di svolgerlo bene: soltanto questo impegno disinteressato dà un significato alla vita.(Matthew Crawford  “il lavoro manuale come medicina dell’anima”).
Ma esiste anche  l’aspetto magico del fare manualmente: la capacità di creare dal niente una realtà fisica. Che non significa solo l’abilità nell’usare le mani, nell’utilizzare gli utensili, nel padroneggiare le tecniche, ma soprattutto l’affermazione della possibilità di pensare e manifestare in una forma fisica reale qualcosa che prima non esisteva, rivelandogli il grandissimo potenziale che lo avvicina al divino: è questa  una dimensione meravigliosa, un’esperienza ‘iniziatica’ che solo il lavoro creativo può far provare, contribuendo all’elevazione  spirituale dell’essere umano.

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